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Rapporto Ispra. Pileri: “Verde e suolo insieme per adattare le città al clima cambiato”

where Milano when Gio, 27/03/2025 who roberto

Dal rapporto dell’Istituto sui Piani comunali del verde pubblichiamo, per gentile concessione, le conclusioni del professor Paolo Pileri del Polimi. Focus su consumo di suolo e depavimentazione.
di Paolo Pileri*

Nel bel mezzo della crisi climaticapaolo-pileri.jpg i progressi annuali del verde urbano dovrebbero essere cosa scontata, come pure scontato dovrebbe essere il ruolo preminente dei Piani comunali del verde su quelli della tradizionale espansione urbana, perché è di questo che abbiamo bisogno oggi: far respirare le città, guadagnando spazi da destinare a verde. Ma le cose non stanno precisamente così. Le norme che sovraintendono alla cura e crescita del verde sono ancora deboli, parziali e frammentarie o, per dirlo in un altro modo, molto inadeguate rispetto alle sfide ecologiche e sociali che abbiamo davanti. L’analisi ben condotta nel Quaderno Ispra 2024 “I Piani comunali del verde: strumenti per riportare la natura in città?”, pur portando all’attenzione una decina di casi “virtuosi”, non può che fotografare una situazione che richiede ampi e urgenti miglioramenti.
La prima questione, forse la più preoccupante, sta in premessa a tutto e si sintetizza così: nel 2024 i Piani comunali del verde sono ancora strumenti volontari e non cogenti. Nel linguaggio urbanistico questo vuol dire che sono “figli di un dio minore”. Piani che nascono deboli – quando nascono – e che possono essere messi da parte con estrema facilità dai piani di governo del territorio o di settore o dalle forme di urbanizzazione diretta. Questo è “il vulnus dei vulnus” che macchia di insostenibilità la pianificazione urbanistica e la rende debole rispetto alle sfide ecologiche.
La risposta urbanistica alla crisi climatica dovrebbe fare in modo che i piani del verde diventino cogenti se non, addirittura, essere loro a definire le traiettorie evolutive delle città, rendendole meno impattanti, più resilienti e più abili ad adattarsi al clima.
Il verde più forte del grigio; il piano del verde più conformativo del piano urbanistico tradizionale; quest’ultimo volontario e il primo obbligatorio; il verde che smette di essere il “di cui” di una lottizzazione che consuma suolo: sembrano provocazioni, ma alla luce della crisi climatica diventano necessità quanto meno da sperimentare, meritando più spazio nel dibattito urbanistico.
Fatta questa premessa, l’analisi Ispra sui Piani comunali del verde ci mostra dieci casi in pieno “solipsismo green”, visto che le città non si confrontano tra loro. Questo porta inevitabilmente ad avere piani incomparabili tra loro, vuoi per via della diversità degli indicatori di monitoraggio che ognuno sceglie in piena libertà, vuoi per via degli obiettivi diversi, vuoi per via della differente relazione con gli strumenti ordinari di pianificazione urbanistica, vuoi, addirittura, per via delle diverse parole usate per identificare il verde.
Come spesso accade, la mancanza di una comune cornice metodologica a monte vanifica buona parte delle aspettative di regolazione e amputa sul nascere ogni possibilità di comparazione, selezione e trasferibilità delle politiche urbane. Senza almeno una corretta definizione ex ante di uno schema comune di obiettivi e indicatori di monitoraggio non si possono fare sintesi, estrarre buone pratiche trasferibili e individuare linee e indirizzi di pianificazione efficaci ed efficienti. Diviene urgente, pertanto, definire dei criteri tecnici comuni a tutti e introdurre alcune novità al fine di disegnare una grande e unitaria politica nazionale sul verde urbano.
Ispra, a riguardo, riporta alcune indicazioni nelle conclusioni del Quaderno.
Anche se esistono linee guida europee e indicazioni nazionali su come redigere i piani del verde, come riportato nel capitolo 1, appare più difficile capire come accompagnare i comuni nell’implementazione degli stessi. L’accompagnamento dovrebbe essere fatto da un soggetto competente e terzo, come possono essere le agenzie ambientali regionali.
Occorre anche, come giustamente si fa notare, ampliare e qualificare gli staff tecnici nei comuni affinché possano svolgere questa attività con competenza, continuità e con un’attenzione volta alle sfide climatiche, ecologiche e sociali legate al verde in città. Infine, ma non ultimo, il monitoraggio. In Italia è sempre fanalino di coda un po’ ovunque: nelle Vas, nelle Via, in molti piani settoriali e quindi anche nei Piani del verde comunali. Invece il monitoraggio è uno strumento tecnico cruciale e faremmo solo bene a potenziarlo in quanto aiuterebbe i decisori politici a rendersi conto della bontà o meno delle politiche avviate, dando loro la possibilità di correggerle per meglio traguardare gli obiettivi. Ma se il monitoraggio viene mal impostato o, peggio, mai avviato, sono i risultati attesi a non giovarne e, quindi, i cittadini che vivono la città. 
Infine, nella situazione in cui siamo, credo che occorra non solo lavorare sulla piena operabilità dei Piani del verde e quindi sul loro rafforzamento in tutti i sensi, ma serva innanzitutto fermare immediatamente il consumo di suolo favorendo il solo recupero dell’esistente. Il verde non esiste senza suolo, eppure i Piani del verde, paradossalmente, si dimenticano della terra. Unione inseparabile quella tra suolo e foreste che sfugge a tanto pensiero politico odierno, ma che non sfuggiva al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nel 1951 quando, all’indomani dell’alluvione del Polesine, scrisse all’allora primo ministro, Alcide De Gasperi, chiedendo di istituire un dipartimento ministeriale capace di tenere assieme suolo e verde, conservando entrambi.
Indicazione più che mai attuale oggi, visto che è il suolo il grande pozzo di carbonio cruciale per la mitigazione climatica.
Questo ha a che fare con Piani del verde capaci di darsi precisi e ambiziosi obiettivi riguardanti il ritorno a verde di spazi consumati attraverso tecniche di depavimentazione nelle nostre città. È urgente rimuovere cemento e asfalto sia a favore di permeabilità, sia a favore del ripristino della natura in città, cosa non lontana da quel che il recente Regolamento europeo (“Nature restoration law”: Pe-Cons 74/1/23) prevede in modo prescrittivo dal 18 agosto 2024. Rimuovere cemento per far spazio alla natura deve essere oggi il primo punto nell’agenda urbanistica locale: togliere e non più aggiungere. Depavimentare non equivale ovviamente ad avere subito un buon suolo “pronto uso” poiché occorrono cure e interventi che daranno risultati dopo anni, se non decenni. Ma non ci deve spaventare tutto ciò, anche se si tratta di operazioni lente. Se i risultati ecologici della depavimentazione richiedono tempo, quelli occupazionali potrebbero essere più rapidi sia perché a svolgere i lavori potrebbero essere le stesse imprese che prima lavoravano a pavimentare, sia perché il rinnovamento dei suoli richiederà nuove figure professionali e sia perché sarà necessario condurre un censimento preventivo delle aree depavimentabili, che potrebbe a buon diritto essere incluso nel Piano del verde stesso come base conoscitiva e strategica. 
In conclusione, se vogliamo la città spugna o porosa che dir si voglia, se vogliamo più parchi urbani, più capillari e meglio distribuiti nelle città, occorre per prima cosa arrestare il consumo di suolo e poi convertire tanti spazi asfaltati in spazi liberi e verdi, sottraendoli al loro destino di suoli consumabili. Insomma, per riprendere il suggerimento di Luigi Einaudi trasponendolo alle direzioni generali che si occupano di adattamento climatico, biodiversità e sviluppo sostenibile, è il momento di Piani del verde che tengano assieme verde e suolo per meglio adattare la città al clima che cambia.
 
*Ordinario di Pianificazione ambientale e territoriale - Dastu Politecnico di Milano
 
Leggi il rapporto https://www.isprambiente.gov.it/file...

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